| VALENTINA ACAVA MMAKA Una vita per l'Africa
|
|
|
R A C C O N T O I N E D I T O
Il filosofo francese Jean Grenier, nel suo poema filosofico Isole scrive che esiste in ogni vita, particolarmente al suo inizio, un attimo che decide tutto. Se dovessi ritrovare nella mia memoria quell’attimo che decise tutto per me, direi che è stato l’incontro con Francis Sisulu, uno di quegli eroi nascosti che vivono negli interstizi della Storia, quella stessa che spesso esclude le straordinarie storie di vita di esseri impegnati a dare un volto ad una umanità che si deumanizza sotto il peso delle ideologie. *** Spesso prende consistenza nella mia mente l’immagine di una bambina di poco più di sette anni. E quanto più il tempo si dilata stiracchiando le ali e la memoria allunga il passo per paura di perdersi nell’oblio, tanto più quell’immagine si afferma con decisione risvegliando sentimenti mai sopiti. E’ vestita in un grazioso abito marrone con motivi floreali verde arancio, le maniche corte a campana orlate di merletto bianco, un paio di sandali color caffè e i capelli raccolti in due code laterali fermate con elastici decorati di fiori di stoffa. Vedo quella bambina, è accanto ad una donna alta e possente dal piglio fiero e deciso, è sua madre avvolta in un camice bianco con l’orologio appuntato sul taschino, vicino a lei sta un uomo. Magro, capelli corti dal taglio ordinato, indossa un cappello grigio, pantaloni marroni e camicia bianca. Si chiama Francis, è nero. E’ una mattina di agosto, l’aria frizzante degli altipiani su cui sorge Johannesburg, punge le narici e corrobora i pensieri. Sua madre e Francis si stringono la mano, lei lo ha curato all’ospedale dei neri dove presta volontariato. Grazie a lei, dopo due mesi di fisioterapia Francis ha riacquistato completamente l’uso del braccio destro in seguito ad un brutto incidente sul lavoro. Adesso può finalmente tornare a lavorare in fabbrica e continuare ad essere il sostegno per la sua numerosa famiglia che lo attende ogni sera nella township di Alexandra. Sono lì sulla porta dell’ospedale, in congedo l’uno dall’altra, lui la ringrazia, lei sorride compiaciuta, lui e lei vorrebbero festeggiare questa guarigione. Un desiderio normale… perfettamente normale, se solo i protagonisti di questa storia non si fossero trovati, per una coincidenza arbitraria dettata dalla Storia, a vivere in Sud Africa negli anni Settanta. Per molti questo dato non ha un grande significato ma in Sud Africa la macchina della repressione, che per decenni è sopravvissuta incarnata in quel mostro chiamato segregazione razziale o più comunemente apartheid, si manifestava sotto le forme più subdole e crudeli. Secondo le leggi oscure di quel regime, la bambina, sua madre e Francis Sisulu, ovvero bianchi e neri, non potevano bere neppure un bicchiere di aranciata insieme, non c’era alcun locale pubblico che consentisse a quei tre esseri umani diversi ma uniti da sentimenti comuni, di condividere un momento di gioia e comunione. Tutti i sentimenti che li popolavano dovevano restare confinati entro le pareti del proprio sentire, nel silenzio segreto del proprio cuore ammanettato da uno stato di polizia che fondava i suoi principi sulla presunzione di superiorità della razza bianca imitando, senza troppe differenze, le enclavi del nazismo. Francis non manifestava alcun rancore per quella situazione assurda, per certi versi folle a cui egli stesso e intere generazioni prima di lui erano abituate. Francis nella clandestinità della sua hokkie[1] dipingeva e per questo – diceva - aveva imparato a sviluppare una percezione della realtà “superiore”; mostrando il dorso della sua mano, diceva che i neri come lui erano the back of the moon, l’altra faccia della luna, quella nascosta, buia, ombrosa. Era certo che un giorno anche l’altra faccia della luna avrebbe spiegato il suo velo luminoso nell’oscurità del cielo sopra la sua terra. Occorreva solo un altro po’ di pazienza, del resto il suo popolo era nato con l’obbligo alla pazienza! Quella mattinata, iniziò e si concluse con una stretta di mano cui seguì una banconota di pochi rand lasciata scivolare nella mano della madre di quella bambina in abito marrone. Era il dono di Francis perché lei potesse brindare con sua figlia al successo della sua guarigione. Da quel giorno alla bambina con le codine e il vestito marrone restò ben impressa la mano di sua madre che stringeva con deferenza quella banconota donata con amore e gratitudine e il volto di Francis Sisulu, fiero e rassicurante, che il tempo ha sempre trasportato con la fedeltà di un amico. Da quel giorno una domanda cominciò insistentemente a peregrinare nella sua mente: perché?Una domanda elementare che trovò risposta, nelle pieghe della sua esistenza, solo tanti anni dopo, una volta diventata donna e poté constatare con i suoi stessi occhi che l’altra faccia della luna aveva steso il suo ampio lenzuolo sull’immensa notte la quale aveva oscurato per un tempo troppo lungo la storia di un popolo, rivelando tutta la sua promessa di splendore. In un giorno di primavera di vent’anni dopo, in un Sud Africa libero dalle manette della segregazione, quella bambina e Francis Sisulu si sono incontrati. I loro destini si cono incrociati ancora una volta, vincendo le onde del tempo e, con la normalità che accompagna i gesti quotidiani riconosciuti a due vecchi amici, sono entrati in un locale per brindare alla memoria dei tempi passati e ad un nuovo successo con quel bicchiere di aranciata rimasto confinato in una banconota lasciata scivolare nella mano di sua madre e in una speranza comune. Quella bambina nel frattempo con certezza, oggi, può affermare che l’incontro di primavera di vent’anni più tardi, l’altra faccia della luna aveva realizzato la possibilità di svelarsi senza dover dare spiegazioni e che nessuna amicizia avrebbe mai più potuto restare confinata nella prigione di un’ideologia
|
|
|
|
|
|
|
|||||
| |
|
Copyright© 2002-2008 Valentina Acava Mmaka - |