Kossi Komla Ebri
 
 

 

Nella mia Africa il mio cuore è Italiano

di Valentina A. Mmaka

 

Grazie, Neyla, per avermi ricongiunto a me stesso, alla mia gente e alla mia infanzia.” Così scrive Kossi Komla Ebri nel suo ultimo romanzo Neyla, Una storia d’amore per una donna che incarna anche la metafora dell’Africa: un’Africa lontana e al tempo stesso presente nella poetica dell’autore togolese che pone l’attenzione sulla necessità di guardare alla letteratura migrante non come ad un fenomeno letterario a sé, ma come parte integrante di una letteratura italiana contemporanea che apporta alla nostra tradizione culturale, nuovi valori e percezioni diverse con le quali confrontarsi e dialogare.

  

D.   Cominciamo a parlare della lingua. Quando ha iniziato a scrivere in italiano?

L’opportunità mi è stata data nel ‘97 dal concorso Eks&Tra sul tema “Memorie in Valigia”. Spinto dalla nostalgia e da mia figlia, che aveva letto il bando su un giornale, ho inviato il mio racconto “Quando attraverserò il fiume” - centrato sulla sacralità della parola nella mia cultura- e ho vinto il primo premio.

 D. La scrittura ha coinciso con il suo essere migrante, o scriveva anche prima?

Ho sempre avuto il “pallino” per la scrittura. Avevo scritto delle poesie e una pièce teatrale in francese durante l’anno della maturità , ma sono rimasti in un cassetto.

 D.  Quali sono le maggiori implicazioni socio culturali che le hanno fatto fare questa scelta di scrivere in una lingua non sua?

Vivendo in Italia, parlando in italiano tutto il giorno, studiando in questa lingua, si arriva per pensare, sognare in italiano e scrivere in italiano viene da sé. Inoltre se è vero che uno scrive per sé, non lo fa di certo per lasciarlo chiuso in un cassetto perciò vi è anche il piacere di farsi leggere. Vi è, credo, nello scrittore una certa valenza di esibizionismo.  La scelta della lingua nasce da una volontà comunicativa, dal bisogno di affermare e gridare la mia esistenza e i valori della mia cultura agli italiani. Come farmi sentire e comprendere dai miei interlocutori se non attraverso la loro lingua. Quindi una decisione dettata dalla necessità do comunicare con i nativi in parte come scelta  per la situazione contingente. 

D.  Sono trent'anni che vive in Italia. Qual'è il suo rapporto con la sua cultura d'origine?

L’Africa è una presenza costante: si tende a scrivere innanzi tutto su ciò che si conosce e che ci sta al cuore. Nel mio rapporto con la mia cultura d’origine cerco di coniugare il mio passato con il presente. Provenendo da una cultura orale, la mia scrittura non poteva non affondare le radici in essa. Oggi in Africa, nella dicotomia fra tradizione e modernità, c’è la ricerca di esprimere nella scrittura un’oralità necessariamente e irrimediabilmente persa nello spazio della scrittura. Cerco quindi di conservare in un gioco d’identità e tessitura della memoria il valore di questa oralità tramite una “oralitura” in lingua italiana che spero potrebbe dare un contributo originale a questa “narrativa nascente”. 

D. Cosa significa essere uno scrittore migrante?

 Vuole dire essere vettore e promotore di una cultura “meticcia”- non un frullato- per una nuova civiltà: quella del dialogo. 

D.Che differenza c'è nel processo di identificazione con il Sé tra migrazione esteriore e interiore?

La differenza sta proprio nella sensazione di estraniamento, frantumazione di sé, del tempo, spazio ed affetti per accedere ad un altro palcoscenico con un’altra lingua, altri ritmi, profumi e sapori.

D.Quali sono le sue priorità di scrittore migrante? Mantenere un legame con le origini? Farle conoscere ad un mondo che le "ignora" o le ghettizza?

Il mio pensiero primo è quello di trasmettere emozioni coinvolgendo il lettore in racconti di vita che parlano dell’umano. Non parto mai con l’idea che devo scrivere sulla mia cultura o parlare sul tema dell’immigrazione. Il legame avviene da sé perché non posso non trasudare di quello che sono: mediatore, traghettatore fra due culture.

D. Nel suo ultimo romanzo Neyla, il personaggio femminile, appunto Neyla incarna la metafora dell'Africa e rivolgendosi ad essa lei scrive in seconda persona. E' stata una scelta ben precisa?

La scelta dello stile nello scrivere “Neyla” è stata dettata dal tema dell’amore. Per entrare in intimità con il personaggio e coinvolgere il lettore non potevo che scrivere in quel modo. In molti hanno cercato di farmi cambiare, tuttavia i riscontri positivi che ho oggi mi confermano che è stata una scelta giusta:la fortuna aiuta gli audaci.

 D. Ad un certo punto del libro lei parla di "difficoltà di integrazione". Non crede che il termine integrazione sia poco calzante. Non si dovrebbe piuttosto parlare di interazione, permettendo così a ciascuna realtà culturale di esprimere se stessa in libertà coabitando con le altre, senza venire assimilata e senza perdere la propria identità? Forse ho compreso male io la sua espressione di "integrazione"?

 Tutto dipende dal significato che vogliamo attribuire alle parole. Infatti, non ho parlato di assimilazione o di ghettizzazione bensì di “integrazione” intesa come “interazione” di “integrità”: un processo di confronto e di scambio, di cambiamento reciproco di ibridazione, di contaminazione contro ogni forma di “integralismo”. Perché in fondo a nessun piace l’idea di essere “disintegrato”. Questa “convivenza” dovrà fondarsi sulle regole di una pari opportunità, rispetto dell’identità, condivisione di valori e senso di reciproca responsabilità. Tuttavia è utopico pensare che ciò possa avvenire senza un minimo conflitto. Tanto per iniziare: chi deciderà questa piattaforma di valori comuni? Solo i nativi? E quali valori?

D. In Neyla, parlando del confronto tra la società occidentale e quella africana, mette a nudo alcuni luoghi comuni sia dell'una che dell'altra. Crede che la letteratura possa essere un veicolo per superare questi luoghi comuni. In che misura può incidere sulla società?

Come dicevo prima, la scelta della lingua italiana nasce, prima di tutto da un bisogno di comunicare e di farsi conoscere: nessuno meglio di noi può aprire la finestra sugli usi e costumi delle nostre terre d’origine diventando così un testimone della sua cultura.Descrivendo le nostre esperienze, valori, umanità, frantumiamo immagini e stereotipi. La letteratura diventa così lo spazio virtuale all’incontro, alla conoscenza e all’educazione alla differenza perché dà l’opportunità di immergersi in altri mondi e modi di vivere, permettendo di “decentrarsi”: uno strumento e percorso alla conoscenza, una via d’uscita dall’etnocentrismo delle “culture superiori”.

 

D. In Neyla si legge":Ho sempre dovuto lasciare qualche cosa o qualcuno per inseguire il mio destino ed ero arrivato al punto di non sapere più chi fossi.... stavo diventando generazione ibrida, non essendo più né africano totalmente, né europeo. Ho vissuto per anni in quella fitta nebbia fra il non più e il non ancora." Oggi nel suo lungo e complesso  viaggio tra due identità, si sente arrivato?

 Premettendo che uno non si sente mai “arrivato”, l’esperienza traumatica e sradicante della migrazione dalla ricerca di un equilibrio in uno spazio interiore d’instabilità culturale oltre che emotivo, mi ha portato oggi in uno spazio d’identità plurima che definirei trasversa cioè a cavallo di più culture, più lingue e linguaggi.

D.Come vive, prendendo le parole di Peter Pedroni, il suo "esilio tra due culture"?

Lo considero uno spazio di ricchezza che mi permette di percepirmi, assumermi ed accettarmi come ricettacolo d’immaginari plurali per dare coerenza nella creatività a questa mia molteplicità identitaria. 

D. Da scrittore migrante crede che ci sia il rischio di relegare, a lungo andare, la letteratura migrante nelle tematiche dell'immigrazione ghettizzandola? Come si può evitare questo rischio?

Il rischio esiste finche la letteratura della migrazione non saprà uscire dalla fase autobiografica per affrancarsi dal semplice e costante riferimento alla propria cultura per uscire dal ghetto testimoniale nel quale sembra che un pubblico con paternalismo incosciente tende a rinchiuderla come richiesta di un marchio d’autenticità. Per evitare questo rischio di ghettizzazione, credo che una volta superata la stabilizzazione dell’”Io” nella sua identità culturale sparsa, dopo l’atto vitale autobiografico, bisogna dare progettazione all’immaginario, alla pura creatività che necessariamente sarà influenzata, filtrata da sensibilità, esperienze e vissuti provenienti d’altrove.

 D. Neyla mette in evidenza la solitudine che spesso l'Occidente riserva alle "alterità" culturali: la letteratura in qualche modo può contribuire a rompere l'isolamento?

La letteratura della migrazione esorcizza l’esperienza dell’immigrazione, il mito dell’occidente e diventa taumaturgica per la solitudine e la nostalgia. Il “raccontare di sé” permette di darsi visibilità come persona, mettersi in relazione e urlare: “Non sono il vostro oggetto, esisto anch’io in questa società e sono un essere portatore di valori e non solo una mano d’opera”. 

D. Ritiene che in Italia ci siano sufficienti spazi di incontro e confronto tra scrittori migranti e la cultura letteraria tradizionale?

Per ora non ci sono perché veniamo sostanzialmente ignorati dalla grande editoria e sempre considerati come i “vu cumprà” della cultura letteraria. Ma credo- o meglio voglio sperare- che prima o poi chi ha talento emergerà e sarà preso in considerazione. Su quel versante, tocca a noi darci visibilità con iniziative d’auto-promozione e ricerca del confronto come quella che stiamo per intraprendere con la rivista on-line “El Ghibli”, interamente gestita da scrittori migranti, che uscirà in Maggio sul sito Web della Provincia di Bologna.

 D.  Sta scrivendo un altro romanzo?

Sì, ho in cantiere un nuovo romanzo sempre ambientato in Africa. Intanto entro Maggio - Giugno dovrebbe uscire una raccolta di racconti dal titolo “All’incrocio dei sentieri” (EMI) con un apparato didattico per le scuole a cura della Prof. Giovanna Stanganello del CRES (Centro Ricerca Educazione allo Sviluppo) di Milano.

 

 Nota bio-bibliografica

 

Kossi  Komla-Ebri nasce in Togo nel 1954. E’ in Italia dal 1974 dove si è laureato a Bologna nel 1982 in Medicina e Chirurgia. Oggi esercita la professione di medico presso l’Ospedale Fatebenefratelli di Erba.

Nel 1997 vince il primo premio della sezione narrativa al concorso Eks&tra con il racconto Quando attraverserò il fiume. Le sue opere sono incluse in numerose antologie. E’ coautore con Aldo Lo Curto di Afrique-La santé en images (Rotare Club Lugano-Lago), distribuito gratuitamente nei villaggi africani di diversi paesi, per divulgare un’educazione sanitaria fra le popolazioni locali. Si ricordano gli ultimi libri pubblicati: Imbarazzismi, Edizioni dell’Arco –Marna (2001) e il romanzo Neyla, Edizioni dell’Arco-Marna (2002). Vive in provincia di Como con la moglie e i due figli.

 

Valentina A. Mmaka

STILOS 4 marzo 2003

 


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