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VALENTINA ACAVA MMAKA Una vita per l'Africa
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RASSEGNA STAMPA - IO...DONNA...IMMIGRATA... |
LEGGEREDONNA Nov-Dic 2004 | |||
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E' un piccolo gioiello, il libro di Valentina Acava Mmaka, un capolavoro di cesellatura di un'artista che ha curato ogni parte del suo testo: le sue pagine, quelle di prefazione a firma di Jarmila Ockayovà, quelle di introduzione di Clotilde Barbarulli e, per concludere, quelle della sua postfazione. E se ho affiancato al sostantivo "gioiello" l'aggettivo"piccolo" è soltanto per le dimensioni del libro - un "librino" per dirla con l'amica Clotilde Barbarulli - che ancora di più ne garantiscono la preziosità: non è negli scrigni più piccoli che si conservano i tesori di maggior valore? L'opera è stata pensata per il palcoscenico dove compaiono tre donne straniere, tre immigrate a pronunciare il loro monologo: l'albanese Drasla, la filippina Alina, l'araba Farida, ovvero il volere, il dire e lo scrivere. Le loro voci vogliono farsi ascoltare, non con prepotenza ma con forza, in una ricerca d'identità, di affermazione di un sé che viene da lontano. Cariche di passato cercano strategie di resistenza e di sopravvivenza dentro il nuovo presente fatto di diverse abitudini e, soprattutto, alfabeti sconosciuti e, inizialmente ostici. Dal buio, dal vuoto arrivano le voci con le loro ripetizioni, ritornelli e rimi, perché dal pozzo della sofferenza, della perdita di identità devono cominciare ad articolare qualcosa per riuscire ad appigliarsi alla corda quale unica occasione di risalita dal pozzo. E allora le loro parole diventano corpi che si stagliano sul palcoscenico non come ingombro ma come figure a tutto tondo che sanno declinare la nostalgia, lo spaesamento, la rabbia, i sogni e i desideri in modo che non significhino solo per loro ma per chiunque le ascolti, che non valgano solo per i soggetti immigrati, ma per chiunque cerchi di uscire dal caos della propria eccentricità, della propria incomunicabilità. E ancora una volta mi è parsa in tutta la sua abbagliante semplicità e verità quanto la nonna Jasmina suggerisce alla nipote Fatema Mernissi: "devi focalizzarti sugli stranieri che incontri e cercare di comprenderli. Più riesci a capire uno straniero, maggiore è la tua conoscenza di te stessa, e più conoscerai te stessa, e più sarai forte." Ho letto e riletto questi monologhi per appropriarmene più intimamente, per conoscere queste donne e le loro esperienze e sono giunta a scoprire che più mi ripetevo le loro parole, maggiore era la precisione con la quale mi riflettevo nel loro specchio. Più le ascoltavo più mi vedevo: più mi guardavo e più avevo bisogno di stare ad ascoltarle. Sono voci che si interrogano, che formulano domande, quelle cruciali, impegnative ed impegnanti - Chi sono? Da Dove vengo? Dove vado? - e si sa che le domande ben poste contengono già la loro risposta. Drasla si chiede se si deve appartenere ad un luogo per essere una persona. lei non riesce a parlare bene, sa di biascicare nei sassi della lingua italiana, quando ha fortuna dice che "le parole sono ciottoli che sdrucciolano sotto le punte dei denti e rimbalzano sul palato morto": questo è il suo ritornello, la lama di coltello che affonda nella sua carne viva. Si sente straniera non solo perché la sua pronuncia zoppica e non solo perché non fa parte dei nuovi territori, ma lo è per "incapacità di trovare le coordinate della mia esistenza nuova". Drasla è partita dall'Albania credendo ai mercanti di sogni che le promettevano che avrebbe certo trovato nell'Eldorado del PAese straniero un lavoro, una casa dove vivere con Antòn, i suoi genitori e il figlio. Fin da piccola era stata educata a non volere cose impossibili perché volere è segno di debolezza. Eppure aveva sogni e pensava di desiderare un lavoro, uno stipendio, una casa, una poltrona, una patente, un'automobile, un telefono. Poi Antòn è partito per la guerra e lei per l'Italia per imparare un mestiere, quello di parrucchiera, e invece non vende che il suo corpo ai bordi dei marciapiedi. E' diventata il sogno di qualche uomo e l'incubo di se stessa. Mentre cammina lungo il marciapiede, tenendo tra le mani l'ultima lettera di Antòn, Drasla passa dal verbo infinito volere all'indicativo presente voglio che uncina il tempo dell'oggi e abbandona la carcassa vuota del passato nelle acque melmose di ciò che è stato. Così costruisce un altro ritornello nel quale non compaiono le parole che sdrucciolano tra i denti o che rimbalzano dentro un palato morto, piuttosto acquistano lo spessore che piano piano prende forma e cerca di addomesticare il presente e il futuro: "voglio essere la Drasla di prima, la sposa di Antòn e la regina del mio regno, una madre, una parrucchiera e... una donna con la gonna a ruota color pervinca e la scoppola grigia sulla testa...semplicemente Drasla." Ed è in quel preciso momento che gira le spalle ai fari lampeggianti di un'automobile e si incammina nella direzione opposta: è decisa a costruire il suo sogno e non più a volerlo. Alina è la domestica di una coppia anziana e la sua vita si esaurisce in una sorta di poesia che le tamburella nella voce e nel cervello "signora grazie, sì signora, signora prego" per "quante volte? Tante. Tante quante? Sette, dieci e anche tredici." Alina è agli ordini di una donna che non esce quasi mai di casa e alla quale è costretta a piegarsi perché la posta in gioco è alta e semplice nello stesso tempo: lavorare per avere, per sé e la sua famiglia, abbastanza mattoni e la tinta per la casa nelle Filippine. Per questo ha imparato la sua filastrocca e ha accettato di essere proprietà dell'anziana signora Castaldi. Alina sa avere pazienza e prima o poi avrà anche lei quei mattoni e la tinta per la sua costruzione solida e diversa da quelle nelle quali è cresciuta, quelle "che il vento se le porta via quando gli gira d'esser pazzo" . Lavora per stare meglio là nel suo Paese, con i suoi figli, là dove avrà la casa e da dove a Natale manderà una cartolina ai Castaldi firmandosi Signora Alina Molinas. Alla fine la pazienza di Alina avrà il suo riscatto, la filastrocca la sua ragione e il suo dire quotidiano un senso. Mentre Drasla e Alina parlano, Farida scrive ed è a lei che spetta la capacità di dare parola pensata e articolata ai temi ricorrenti nei monologhi precedenti: la diversità, la nostalgia, il bisogno di avere un'identità riconosciuta per sé e gli altri, la fatica di comprendere una lingua straniera e imparare a parlarla. Scrivere aiuta a pensare come ci insegna Anna Banti e, come sostiene Maria Zambrano, "ci aiuta a scoprire il segreto e a comunicarlo, quello che non si può dire a voce perché è troppo vero, le grandi verità non le su suole dire parlando ma è ciò che non si può dire che bisogna scrivere." Questo compito è affidato a Farida che è tutt'uno con la sua scrittura grazie alla quale è nata una seconda volta quale donna pensante in un paese dove l'ignoranza è la prima virtù femminile. Prima inventava storie che teneva nascoste nella sua testa, nella sua stanza perché nessuno le avrebbe ascoltate, né capite, né, soprattutto, accettate. A sua madre deve la sua prima nascita, ma la seconda solo alla scrittura e a se stessa. Farida scrive per i suoi genitori, per l'uomo che avrebbe voluto tenere in ostaggio la sua mente, per le donne che non conoscono l'altrove; scrive per ricordare da dove viene, per esibire la sua diversità, "Per il valore della parola scritta sulla carta, perché dietro l'inchiostro c'è materia in movimento": scrive per dire Io...Donna. Scrive di donne e uomini, di dolore, di mutilazioni e di esilii, quelli dell'anima: scrive Io .,...Donna. Scrive delle donne velate e schermate, ai venditori di menzogne, alla figlia che non ha: scrive Io...Donna. Farida non nasconde più le sue storie, anzi le scrive perché possano parlare di lei e di altre donne come lei e ai suoi tanti lettori e lettrici: perché le storie non raccontate si spengono e spengono anche il mondo. Come afferma Farida, la segretezza delle storie formulate e poi abortite perché non condivise "era la causa dell'impoverimento della mia e di altre esistenze di donna. Qualcuno legge le cose che scrivo in questa terra tra il qua e il là." Sono donne coraggiose; Drasla, Alina e Farida, donne che accettano di cambiare le regole dei giochi nei quali si sono - e sono state - messe quando cominciano a soppesare le parole che dicono e/o che scrivono. Sono i discorsi che si fanno che le costringono a prendere visione della loro collocazione, di come hanno abitato fino ad allora il loro pezzo di mondo e come possono da quel momento in poi abitarlo diversamente. Ma soprattutto è la scrittura che aiuta il passaggio dal dolore-ostacolo al dolore-crescita, dal dolore senza senso al dolore con un significato. E questo è quello che avviene nel libro di Valentina Acava Mmaka dove due voci parlate cercano parole senza muffa, parole autentiche al di là di una recita e di un travestimento (Alina e Drasla) svilenti, e una voce scritta (Farida) mira a trasformare il dolore -ostacolo in dolore crescita. Nessuna elimina la sofferenza, ma ognuna la abita perché è solo a partire dalla consapevolezza di quella sofferenza che si può trovare la forza di sopravvivere coniando strategie di resistenza e incidenza nel reale, nell'oggi in cui stranieri e nativi convivono.
Di Adriana Lorenzi |
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| © Foto di Lorenzo Moscia |