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«Io...
Donna... Immigrata», monologo a tre voci femminili di Valentina Acava
Mmaka
Straniere Un testo scritto per il teatro, e ora pubblicato dalla Emi,
che illumina la complessità emotiva di chi vive in bilico tra due
mondi.
«Scrivo per ricordare da dove vengo. Scrivo per non dimenticare cosa
voglio». E' sintetizzabile in queste due frasi il messaggio del libro
di Valentina Acava Mmaka. Un testo teatrale, Io... Donna... Immigrata
(Emi, pp. 64, 5 euro) che comprende i monologhi di tre voci
femminili, tre donne immigrate, Drasla, Alina e Farida che raccontano la
loro storia interrogandosi sul loro passato, sul loro presente e sul
loro futuro. Si interrogano sulla loro identità, sui modi per riuscire
a mantenere questa identità in un paese straniero, «questa terra di
lusso dove tutti sono amici fino a quando non sentono l'accento zoppo
nella mia voce e allora mi guardano con sospetto», come riflette Drasla
che ha lasciato l'Albania per venire in Italia a fare la parrucchiera ma
si ritrova a fare la prostituta. Lei che voleva lavorare per aiutare il
marito a costruire una casa per loro e i loro figli. Drasla rappresenta
il «volere» nel testo di Mmaka. Voleva un futuro migliore. Voleva un
sogno che si è rivelato un incubo. Dal quale Drasla ora vuole scappare.
Infatti vive nell'attesa del ritorno in Albania. Alina, invece, fa la
badante a una vecchia signora. Anche lei ha lasciato il suo paese con la
consapevolezza di voler tornare. Alina rappresenta il «dire». Una
donna sudamericana che continua a ripetere, quasi fosse una poesia
(oppure un lamento) poche parole, «signora grazie, sì signora, signora
prego». Nell'intimità della sua stanza Alina pensa ai figli, ai soldi
che guadagnerà in questo paese dove è soltanto di passaggio. Alina,
come Drasla, vive in funzione del ritorno.
Farida invece, in questo monologo a tre voci, è lo «scrivere». E' lei
che più si interroga sul suo essere donna, sulla sua identità. Scrive
per «tessere la trama della memoria sfilacciata che non ci contempla»,
ma anche perché il paese che la ospita si rapporti con lei alla pari
riconoscendosi nella «mia diversità». Se Drasla è il presente e
Alina il passato, Farida è dunque il futuro. E' lei che, vivendo
proiettata nel futuro, cerca instancabilmente la mediazione tra passato
e presente, tra diversità, tra memoria e identità, tra perdita e novità.
Tra il suo essere originario e il suo essere acquisito. Ed è proprio la
rivendicazione di questa possibilità di mediazione che Valentina Acava
Mmaka ha a cuore.
Valentina Acava Mmaka è nata a Roma ma è cresciuta in Sud Africa e ha
sempre vissuto a metà tra Africa e Italia. «Ero un'africana bianca -
scrive nella postfazione - ma pur sempre africana. Ho vissuto la
turbinosa esperienza dell'immigrato ma paradossalmente l'ho vissuta nel
mio paese d'origine, l'Italia». «C'è stato un lungo periodo -
prosegue - in cui mi sono sentita straniera nel mio paese». Straniera
per via della lingua e per via di uno stile italiano «incompatibile con
le abitudini quotidiane cui ero abituata nella mia vita africana».
Scrittrice, poetessa e autrice di teatro Mmaka è anche mediatrice
culturale. Tra i suoi lavori, oltre a Io... Donna... Immigrata, da
segnalare il libro per ragazzi Il mondo a colori della famiglia Bwana
Val (Kabiliana, 2002), Jabuni:il mistero della città sommersa
e
I nomi della pace. Amani (entrambi pubblicati da Emi).
Di
Orsola Casagrande
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