VALENTINA ACAVA MMAKA


Una vita per l'Africa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
 

RASSEGNA STAMPA - L'OTTAVA NOTA

STILOS 02/02/2002

 

 

L’ottava nota di Valentina Acava Mmaka, giornalista, scrittrice, autrice teatrale e poetessa italo-africana, sprezza le cadenze per modulare un canto che è grido, ma si serve del verso,  sia pure deviato, nella frattura delle sue voci,  dalle volute ritmiche, per coagulare l’esplosione dei sentimenti e raggrumarla nel discorso poetico.

Prima raccolta di poesie pubblicata in Italia dalla Mmaka con Prospettiva Editrice, L’ottava nota è, come  recita la lirica che chiude ed intitola la silloge, «la nota smarrita che narra storie ancestrali», quel baudelairiano “accordo stonato nella divina sinfonia…che scuote e morde”, voce-guida «dell’incredulo viandante custode di una nuova storia», che narra di «geometrie nomadi protese al Nulla e al Tutto», di «amplessi di aromi speziati», «dell’arpa degli odori/che civetta sulle corde/memorie di sogni lontani».

Tuttavia, tra un soprassalto e l’altro di canto-memoria, il recupero vocale di quel mondo di corrispondenze trova un drammatico confine proprio nella tragica tensione tra la materia che resiste e la triste miseria dell’uomo. Trova il suo invalicabile limite proprio nel sogno fallace del progresso, e nel suo giudizio inappellabile di destini diffratti, di «identità ammutolite/dalla guerra/ dalle ferite della miseria,/identità sottratte agli inetti/che non hanno diritto a un nome.» 

Poiché nel gioco spietato del progresso, nel quale l’evasione dell’uomo dalla responsabilità alimenta i «fiumi della tragedia» e «la fontana sgorga sangue dalle sue umane imperfezioni»,  la realtà di «inganni e di rumori» minaccia di sopraffare persino la memoria che «accenna dal suo friabile giaciglio/a un debole ricordo.»

Pure, non resta che la poesia a distillare balsami catartici: unico sentimento del possibile, custodia durevole di fugaci parvenze, di stupori dolorosi, di pensieri remoti e  oscillanti desideri.  Nella tastiera degli accordi della Acava Mmaka, che ha conquistato, nella narrativa, con i suoi racconti per l’infanzia, come nella poesia, cui è approdata  parallelamente alla sua attività di traduttrice di narratori e poeti, una scabra quanto macerante fedeltà all’ascolto delle sue “voci” segrete, è proprio quella della natura, di una natura straordinariamente ricca e fresca, la nota magica premuta dal dito forte e lieve della poesia.

Quando quella nota coincide con le cadenze della sua terra d’origine, l’Africa, che la nascita italiana e la frequentazione del mondo occidentale non hanno toccato né modificato, la scrittura della Acava, in forza dell’esplosivo detonante della memoria, acquista senso e vigore. Di qui quella peculiarità di canto naturale che dilata un’eco di emozione attorno a sé, quell’odore di solitudine e di tristezza che aureola, accomunandoli, tanti autori africani, e quelle incursioni negli hadithi, le storie, in lingua kiswahili,  tessute «da mani sicure» sui kanga, le stupefacenti stoffe con le quali si avvolgono gli abitanti del Kenya. E sembra essere cucita al suo kanga, exemplarium delle vesti sacre degli antichi riti, la sciamana Chemesunde, dell’omonimo brano della silloge: ella «ascolta/racconta/dice/canta/tace.» E «sa/sente/ schiocca le consonanti/ tra le labbra dipinte/che cento anni hanno chiosato/ai margini delle altrui fantasie./ Hadithi/ tramate nell’eco dei marabù,/…memorie/di pastori/di guerrieri/di viandanti/ di spose/ di pescatori.»

E’ l’Africa, questo continente generoso di grandi cose, a ritmare con le sue allitterazioni naturali le «nostalgie vibranti» più convincenti della Acava Mmaka. E le secche narrative di alcune liriche nulla tolgono alle balenanti suggestioni di una natura viva e mobile, che con le sue parole e i suoi gridi e i suoi pianti penetra la poesia che, a sua volta, la mima.  

Coglie bene l’essenza della poesia della Acava, Màrcia Thèophilo, la poetessa brasiliana che ha fatto della foresta amazzonica e delle voci indie la sua voce,  quando parla, nella prefazione da lei curata per L’ottava nota, di “una poesia che si offre”. Ed è, alfine, in una schiva  naïveté evocatrice che bisogna scoprire «la nota perduta dal compositore frettoloso», forse la più armonica, riascoltandone dall’interno la musica profonda.

 

Costanza De Seta

 

 

    

 

    
 Copyright 2002-2007 Valentina Acava Mmaka © Foto di Lorenzo Moscia