VALENTINA ACAVA MMAKA


Una vita per l'Africa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

   
 

INTERVISTA

CORRIERE DEL TICINO 22/03/2007

 

 

Questa sera alle 20.30, alla Bibliomedia di Biasca (via Lepori) la scrittrice italo-sudafricana Valentina Akava Mmaka terrà un incontro con il pubblico che rappresenterà anche l’occasione per presentare il suo libro Cercando Lindiwe, da poco pubblicato da Epoché. La conferenza - terzo appuntamento della serie «Temi al femminile» sarà moderata da Gaia Amaducci.
Valentina Acava Mmaka è cresciuta e ha vissuto  tra il Sudafrica e il Kenya; è giornalista, scrittrice, poetessa, autrice di teatro e traduttrice dall’inglese. Reporter dall’Africa per numerose organizzazioni non governative, per anni si è occupata di cooperazione e sviluppo nei Paesi del Terzo mondo.
Figlia di italiani – il padre un chimico farmaceutico trasferitosi a Johannesburg e la madre cresciuta in Etiopia –, sposata a un keniota, Valentina Acava Mmaka si definisce una migrante. Operatrice culturale per varie associazioni, giornalista, scrittrice, ci ha raccontato le sue esperienze di vita e di lavoro.
«Un episodio ha segnato la mia infanzia per sempre. Mia madre che era fisioterapista, prestava servizio come volontaria in un ospedale di neri. Un paziente da lei curato, al momento di congedarsi, per ringraziarla, le mise tra le mani con grande dignità una banconota e le disse di andare a brindare con me alla sua guarigione. Io avevo allora sette anni e fu quello il primo momento in cui iniziai a pormi il grande perché della situazione che stavamo vivendo, della clandestinità cui il popolo africano era condannato».
Quegli anni formeranno Valentina in maniera indelebile, consegnandole insieme a una consapevolezza sempre più acuta, quel patrimonio culturale e umano che illumina da allora le sue scelte di vita.
«Vivevo in un mondo privilegiato certo, in quanto bianca, ma sapevo di vivere al di qua di una barricata. Oltre quella barriera, a portata di mano ma invalicabile, scorreva una vita a se stante. Il mio ponte di collegamento tra quei due mondi è stata la mia bambinaia che viveva nel ghetto di Alexandra. Grazie a lei la mia infanzia è stata scandita dalla presenza dell’oralità. Era lei che mi raccontava le storie non solo legate alla tradizione culturale delle sua tribù, ma anche ai fatti di quel mondo sommerso».
La storia della scrittrice e la Storia con la maiuscola per un certo periodo si separeranno perché Valentina seguirà i genitori in Italia dove compirà gli studi, ma nel ‘94, con la fine dell’apartheid farà ritorno Sudafrica e da allora il rapporto con il Paese di adozione si è ristabilito, allargandosi anche all’ Africa orientale e al Kenia dove ha vissuto. Il Kenia infatti è stato fonte di ispirazione per le fiabe che ha pubblicato in varie raccolte per ragazzi, mentre di matrice sudafricana sono altre più recenti. In esse l’autrice affronta i grandi temi della pace, la tutela ambientale, la questione della diversità e della tolleranza; temi che incessantemente ritornano nell’opera di mediatrice culturale che svolge sia in Italia che in Africa.
«Cerco di raccontare ai bambini non solo un’ Africa ma anche un’ Europa al di fuori dei cliché, perché gli stereotipi si trovano in entrambe le direzioni».
Adesso la sua esperienza a cavallo di due culture è stata la fonte di ispirazione del suo primo romanzo appena uscito da Epoché, Cercando Lindiwe (Milano, 2007), di cui si parlerà questa sera a Biasca, nell’ambito di una serie di manifestazioni incentrate sulla cultura al femminile.
Del libro parla l’autrice stessa.
«È la storia di una donna che vive in Sudafrica negli anni Sessanta, al tempo della rivolta di Sharpeville. Lei scrittrice, attivista insieme al marito nei movimenti antiapartheid, è costretta prima alla clandestinità, poi all’esilio come tanti altri intellettuali e dissidenti di quegli anni. Durante l’esilio perde la sua identità e in un certo senso anche la sua missione. Infatti, mentre all’inizio sia lei che il marito pensavano di poter continuare anche da lontano la loro battaglia, Lindiwe a poco a poco scivola nell’anonimato, tanto che cambia addirittura il suo nome e diventa Ruth. Avviene quindi nella stessa persona un grosso scontro tra le due donne che continuano per più di trent’anni, ossia per tutta la durata dell’esilio, a confrontarsi. Nel frattempo le nasce una figlia, perde il marito e le succedono varie altre cose, finché arriva anche per lei la chiamata della storia: il 27 aprile del ‘94 in Sudafrica si tengono le prime elezioni. Lindiwe torna finalmente al suo Paese e lì deve ricuperare quella parte di sé che aveva perso in esilio. Qui termina il romanzo».
Non è una storia – le chiediamo – che assomiglia un po’ alla sua?
«Nel mio caso l’emigrazione e la scrittura che ne è scaturita mi hanno fatto recuperare l’identità. Invece Lindiwe l’ha perduta nell’esilio, anche perché il suo, a differenza del mio, era un biglietto di sola andata: un partire sapendo che non sarebbe potuta ritornare; il destino di chi sceglieva l’esilio allora».
Non si pensi però nel caso dell’autrice, a un’identità anagrafica.
«L’identità è un processo in divenire. Io ho cominciato a slegarla da un connotato di cittadinanza, e ad esprimerla con uno stile di vita. Mi sento africana nel momento in cui io percepisco una sfera di valori e promuovendoli do voce all’ Africa senza circoscriverla in una semplice realtà geografica. Ovviamente non nego le mie ori­gini europee, ma cerco di farle dialogare con le altre componenti ed è questa la ragione per cui ho deciso di scrivere la storia in italiano, anziché in inglese»

Di Mariella Delfanti

    

 

    
 Copyright 2002-2007 Valentina Acava Mmaka © Foto di Lorenzo Moscia