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Questa
sera alle 20.30, alla Bibliomedia di Biasca (via Lepori) la scrittrice
italo-sudafricana Valentina Akava Mmaka terrà un incontro con il
pubblico che rappresenterà anche l’occasione per presentare il suo
libro Cercando Lindiwe, da poco pubblicato da Epoché. La
conferenza - terzo appuntamento della serie «Temi al femminile» sarà
moderata da Gaia Amaducci.
Valentina Acava Mmaka è cresciuta e ha vissuto tra il Sudafrica e
il Kenya; è giornalista, scrittrice, poetessa, autrice di teatro e
traduttrice dall’inglese. Reporter dall’Africa per numerose
organizzazioni non governative, per anni si è occupata di cooperazione
e sviluppo nei Paesi del Terzo mondo.
Figlia di italiani – il padre un chimico farmaceutico trasferitosi a
Johannesburg e la madre cresciuta in Etiopia –, sposata a un keniota,
Valentina Acava Mmaka si definisce una migrante. Operatrice culturale
per varie associazioni, giornalista, scrittrice, ci ha raccontato le sue
esperienze di vita e di lavoro.
«Un episodio ha segnato la mia infanzia per sempre. Mia madre
che era fisioterapista, prestava servizio come volontaria in un ospedale
di neri. Un paziente da lei curato, al momento di congedarsi, per
ringraziarla, le mise tra le mani con grande dignità una banconota e le
disse di andare a brindare con me alla sua guarigione. Io avevo allora
sette anni e fu quello il primo momento in cui iniziai a pormi il grande
perché della situazione che stavamo vivendo, della clandestinità cui
il popolo africano era condannato».
Quegli anni formeranno Valentina in maniera indelebile, consegnandole
insieme a una consapevolezza sempre più acuta, quel patrimonio
culturale e umano che illumina da allora le sue scelte di vita.
«Vivevo in un mondo privilegiato certo, in quanto bianca, ma
sapevo di vivere al di qua di una barricata. Oltre quella barriera, a
portata di mano ma invalicabile, scorreva una vita a se stante. Il mio
ponte di collegamento tra quei due mondi è stata la mia bambinaia che
viveva nel ghetto di Alexandra. Grazie a lei la mia infanzia è stata
scandita dalla presenza dell’oralità. Era lei che mi raccontava le
storie non solo legate alla tradizione culturale delle sua tribù, ma
anche ai fatti di quel mondo sommerso».
La storia della scrittrice e la Storia con la maiuscola per un certo
periodo si separeranno perché Valentina seguirà i genitori in Italia
dove compirà gli studi, ma nel ‘94, con la fine dell’apartheid farà
ritorno Sudafrica e da allora il rapporto con il Paese di adozione si è
ristabilito, allargandosi anche all’ Africa orientale e al Kenia dove
ha vissuto. Il Kenia infatti è stato fonte di ispirazione per le fiabe
che ha pubblicato in varie raccolte per ragazzi, mentre di matrice
sudafricana sono altre più recenti. In esse l’autrice affronta i
grandi temi della pace, la tutela ambientale, la questione della
diversità e della tolleranza; temi che incessantemente ritornano
nell’opera di mediatrice culturale che svolge sia in Italia che in
Africa.
«Cerco di raccontare ai bambini non solo un’ Africa ma anche
un’ Europa al di fuori dei cliché, perché gli stereotipi si trovano
in entrambe le direzioni».
Adesso la sua esperienza a cavallo di due culture è stata la fonte di
ispirazione del suo primo romanzo appena uscito da Epoché, Cercando
Lindiwe (Milano, 2007), di cui si parlerà questa sera a Biasca,
nell’ambito di una serie di manifestazioni incentrate sulla cultura al
femminile.
Del libro parla l’autrice stessa.
«È la storia di una donna che vive in Sudafrica negli anni
Sessanta, al tempo della rivolta di Sharpeville. Lei scrittrice,
attivista insieme al marito nei movimenti antiapartheid, è costretta
prima alla clandestinità, poi all’esilio come tanti altri
intellettuali e dissidenti di quegli anni. Durante l’esilio perde la
sua identità e in un certo senso anche la sua missione. Infatti, mentre
all’inizio sia lei che il marito pensavano di poter continuare anche
da lontano la loro battaglia, Lindiwe a poco a poco scivola
nell’anonimato, tanto che cambia addirittura il suo nome e diventa
Ruth. Avviene quindi nella stessa persona un grosso scontro tra le due
donne che continuano per più di trent’anni, ossia per tutta la durata
dell’esilio, a confrontarsi. Nel frattempo le nasce una figlia, perde
il marito e le succedono varie altre cose, finché arriva anche per lei
la chiamata della storia: il 27 aprile del ‘94 in Sudafrica si tengono
le prime elezioni. Lindiwe torna finalmente al suo Paese e lì deve
ricuperare quella parte di sé che aveva perso in esilio. Qui termina il
romanzo».
Non è una storia – le chiediamo – che assomiglia un po’
alla sua?
«Nel mio caso l’emigrazione e la scrittura che ne è
scaturita mi hanno fatto recuperare l’identità. Invece Lindiwe l’ha
perduta nell’esilio, anche perché il suo, a differenza del mio, era
un biglietto di sola andata: un partire sapendo che non sarebbe potuta
ritornare; il destino di chi sceglieva l’esilio allora».
Non si pensi però nel caso dell’autrice, a un’identità anagrafica.
«L’identità è un processo in divenire. Io ho cominciato a
slegarla da un connotato di cittadinanza, e ad esprimerla con uno stile
di vita. Mi sento africana nel momento in cui io percepisco una sfera di
valori e promuovendoli do voce all’ Africa senza circoscriverla in una
semplice realtà geografica. Ovviamente non nego le mie origini
europee, ma cerco di farle dialogare con le altre componenti ed è
questa la ragione per cui ho deciso di scrivere la storia in italiano,
anziché in inglese»
Di
Mariella Delfanti
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